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H2O – Cosa sappiamo veramente?

H2o

Giugno 2011

Da sempre ritengo che fondamento della consapevolezza sia la conoscenza. Senza conoscenza la consapevolezza non si raggiunge. Quindi tenterò di fare chiarezza su una questione tornata pressante di recente, l’acqua.
La Carta dell’Acqua data 1968, quarant’anni fa. A Dublino furono sancite le linee guida per la salvaguardia delle risorse naturali. Nei successivi vent’anni si succedettero altri otto, nove congressi internazionali nei quali i potenti del mondo, ONU in primis, valutarono l’importanza dell’acqua e l’assoluta necessità del libero accesso ed utilizzo per tutti, soprattutto i più poveri. Più o meno…
Verso la fine degli anni 90, partono una sfilza di Forum sull’acqua: Marrakech ‘97, Aia ‘00, Kyoto ‘03 e Città del Messico ‘06, che vedono coinvolti i più potenti istituti per la gestione delle risorse mondiali: primo fra tutti la Banca Mondiale.


Fin da subito iniziarono a sentirsi gli scricchiolii di quel diritto inviolabile al pari dell’aria che respiriamo. Ma il vero sconvolgimento, ciò che apparve come una vera svolta nella gestione dell’acqua accadde al Forum Mondiale di marzo 2000 all’Aja. In quella sede venne formulato un concetto che avrebbe cambiato completamente l’idea di amministrazione dell’acqua.
L’acqua, da quel giorno, non è più un diritto ma un bisogno. I diritti sono per definizione inalienabili, dovuti e garantiti, in pratica un prius giuridico. I bisogni invece si collocano per definizione nel mercato, vedi domanda e offerta. In pratica da Aja 2000 l’acqua è diventata un prodotto che si vende e si compra. Pazzesco vero?
Eppure è così, anzi vi dirò di più!
In quella sede venne istituito, dalla Banca Mondiale, l’IWRM (Integrated Water Resources Management), un ente che impone la liberalizzazione dei servizi idrici spalancando la porta al mercato. Questo, a detta di questi simpaticoni, per rientrare delle spese sostenute per l’impiantistica, la distribuzione e la salvaguardia.
Ma se oltre il 70% dell’acqua dolce viene consumata dall’industria, per fare profitto, cosa centrano i cittadini? È vero: è necessario prendere consapevolezza di quanto l’acqua sia un bene prezioso che deve essere rispettato ed amministrato cum grano salis. Però i cittadini vanno educati, non bastonati a suon di bollette!
A cascata, quindi, tutto quello che vedete, ascoltate, leggete in questi giorni è un effetto di quello che accadde allora. Effetto della globalizzazione direbbero alcuni. Queste decisioni calano dall’alto e si rivelano poi un business per le multinazionali, un disagio per i paesi abbienti, un disastro per i paesi poveri. Un miliardo e mezzo di persone non avrà accesso all’acqua potabile fino al 2015, decisione presa a Johannesburg nel 2002.
Altra chicca… la direttiva europea non impone un prezzo limite, ciò significa che il rincaro applicabile, virtualmente, è senza limiti.
E in Italia?
Da noi tutto ciò ha prodotto il recentissimo e famigerato Decreto Ronchi che ha definitivamente sancito la possibilità di avviare la privatizzazione dell’acqua con il benestare degli enti locali.
È vero, non vi è l’obbligo, ma lasciando la porta aperta a multinazionali e banche, quanti saranno i governanti talmente virtuosi da rifiutare guadagni sicuri pur togliendosi la fastidiosa gestione della rete idrica?
Come sempre finirà con l’antico adagio: Pecunia non olet!



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