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  • Nebbia

Gollum

Gollum

marzo 2016

…non solo fantasy

“Il mio Tessssoro!”

Quanti di noi hanno usato questa frase negli ultimi anni?

Dopo l’uscita cinematografica della trilogia “Il Signore degli Anelli” e ora de “Lo Hobbit” è diventata una sorta di tormentone. Classica frase usata un po’ per civetteria e un po’ perché trendy. Alle spalle di Gollum e compagni, nel grande affresco epico-fantasy di J.R.R. Tolkien, vi è però una lettura profonda della società dell’epoca in cui lo scrittore visse. Metafora ispirata da filosofi del calibro di J. Ruskin.

Quella metafora è sorprendentemente attuale.

Il simpatico esseruncolo, in origine, altri non era se non uno Hobbit, i bonari mezzuomini che Tolkien partorì dalla sua fantasia. Gli Hobbit, una razza che vive nella mitica Contea situata nell’ancor più famosa “Terra di Mezzo”, sono in possesso di un’indole molto particolare. Grande cuore, coraggio, arguzia, giovialità e simpatia sono peculiarità classiche dei mezzuomini.

Smeagol, alias Gollum, le ha perdute tutte barattandole con l’Anello del potere che gli ha conferito invece aridità, egoismo, ipocrisia e grettezza d’animo.

Sembra fin troppo semplice, quasi banale, il paragone tra il Gollum e chi perde sé stesso nel gorgo del potere e dell’avidità. Procedendo nell’analisi scopriremo elementi di riflessione che forse, a una lettura superficiale, probabilmente sfuggirebbero. Innanzitutto Smeagol, dopo essere entrato in possesso dell’Unico Anello assassinando il cugino Deagol, inizia una metamorfosi che lo porta a perdere, anche fisicamente, i tratti della sua razza, diventando appunto Gollum. Questo processo lo conduce ad assumere una fisicità praticamente inesistente: emaciato, consunto, scarnificato ma, al contempo, dotato di mani grandissime, simbolo della bramosia di prendere e possedere, e due occhi ancora più grandi, simbolo del desiderio di controllo, ma anche effetto di una vita trascorsa nelle tenebre in cui sprofonda chi consegna la sua vita al potere. Procede spesso a quattro zampe, classico simbolo di chi è aggrappato alla materialità, senza alcuno slancio verso l’alto. È chino, prostrato, schiacciato dall’Anello e anche il vero nome, Smeagol, scompare, sostituito dal sinistro suono gutturale che esce dalla sua bocca: “Gollum, Gollum!”

Chiunque abbia letto o visto la grande saga fantasy ha avuto modo di notare la dualità che corrode il personaggio Smeagol-Gollum. Dopo aver vissuto per decine di anni come Gollum, Smeagol viene temporaneamente risvegliato durante il viaggio con Frodo e Sam e, anche se contaminato dal potere annichilente dell’Anello, riaffiorano in lui alcune caratteristiche degli hobbit. È da sottolineare l’importanza del gruppo, del rapporto con gli altri, per ritrovare se stessi: non siamo isole e negli altri possiamo ritrovarci. Si crea allora una dicotomia tra Smeagol, che tenta di risalire, arrancando verso la luce, e Gollum che trama l’assassinio degli hobbit pur di rimanere a contatto con il potere dell’Anello. Ecco infatti l’utilizzo schizofrenico del noi, riferendosi a se stesso, quasi stesse vivendo due vite separate. Presto l’Unico Anello riprende il sopravvento e, annichilito definitivamente, Smeagol torna ad essere Gollum, ossia l’ombra di se stesso.

Spesso, troppo spesso, gli status simbol diventano l’unico carattere discriminante, distintivo dell’individuo in questa società. Infatti li cerchiamo, li acquistiamo, li possediamo, ma alla fine ne siamo posseduti e perdiamo il nostro nome diventando consumatori e, da consumatori, diventiamo… consumati.

L’auto, l’orologio, la villa, il piercing, il tatuaggio, gli occhiali da sole… l’Anello di Sauron!

Quanto siamo dipendenti da tutti quegli oggetti, da tutti gli orpelli-anelli obbligatori per essere riconosciuti membri di questa società? Ma alla fine tutti questi artifizi ci allontanano da ciò che siamo realmente, ci impoveriscono perché assorbono il nostro tempo, il nostro spazio, la nostra linfa vitale, conducendoci ad un progressivo isolamento. Sovente capita di vedere sguardi adoranti nei confronti di chi detiene questi simboli del benessere moderno ed ecco che i calciatori, le veline, i vipssss diventano ciò che per Gollum era diventato Frodo: “Il padrone”, il detentore del potere al quale sottomettersi. Non perché Frodo avesse qualche qualità interiore che lo distinguesse, ma solamente perché era diventato il possessore dell’Anello.

Da notare ancora che in “Tessssoro” la lettera s è forzata all’inverosimile; infatti quella lettera è, per molte tradizioni, maledetta, perché legata al male ed alle forze delle tenebre. Basti pensare al Serpente tentatore. Il male, nel “Signore degli Anelli”, è incarnato da Sauron, la cui essenza maligna è imprigionata nell’anello, da Saruman, lo stregone che si è venduto alle tenebre e da Shelob, il grande ragno, madre di tutti i ragni. Il loro nome inizia con la S, ma anche il buon Smeagol, come in un destino crudele, inizia la sua avventura con un nome sibilante per finire come Gollum, il sordo rumore gutturale che lo fa sprofondare nel buio della solitudine.

Sarà infine il fuoco purificatore del monte Fato, nomen omen, a sancire la fine di una situazione ormai insanabile. L’economia falsata, l’ecologia sofferente, la finta religiosità, la politica degli approfittatori, tutto sembra condurre questa umanità scarnificata, emaciata verso il monte Fato.

Forse però un po’ di luce ancora esiste, forse ognuno di noi può ancora realizzare una piccola compagnia dell’anello che responsabilmente avvii un sentiero virtuoso, prima che sia troppo tardi.



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